Le OriginiINTRODUZIONE Nei primi anni del '900 si verifica una frizione crescente tra gli stati europei a causa dell'espansionismo delle grandi potenze che si contendono le ultime aree indipendenti dei continenti extraeuropei, ponendo sotto il loro controllo l'intero pianeta. I sistemi politici liberali e l'economia liberista, risultato di un processo plurisecolare, entrano in crisi, ponendo le basi per un'idea di stato totalitario autoritario e nazionalista.D'altra parte, all'inizio del '900 il movimento operaio è pronto per imporsi come nuovo soggetto sociale che nessun governo può ignorare. Il positivismo ottocentesco, in crisi come strumento per l'nterpretazione del mondo, lascia tuttavia in eredità al '900 un imponente pregresso scientifico, che consente enormi sviluppi nel campo dei sistemi di produzione industriale, in quelli dei trasporti, in quelli delle comunicazioni. Nel campo della cultura la crisi dei modelli ottocenteschi è più evidente. Uno spirito ribelle, talvolta distruttivo, in ogni caso volto alla sperimentazione, caratterizza tutti i campi del sapere. L'arte non ne vuole più sapere di copiare la natura, la letteratura di descriverla. La filosofia proclama la morte di Dio e quindi di ogni verità assoluta per proporre la molteplicità delle prospettive, dei punti di vista; perché la realtà dipende dagli strumenti logici e concettuali che si adottano per conferirle un senso. Di qui il rilievo dato ai metodi, ai linguaggi, agli strumenti del conoscere, alla comunicazione
LE SOCIETA' DI MASSA L'urbanizzazione e il passaggio al lavoro industriale, l'intreccio sempre piu' ampio tra scienza, cultura, condizioni di vita non incidono solamente su coloro che vi sono realmente coinvolti, come scrittori o uomini di cultura.I rapporti che permangono tra comunita' d'origine e luogo di emigrazione, la continua circolazione di lettere, denaro, visite reciproche portano le novita' di costume che si producono nelle grandi citta' anche dentro la vita quotidiana delle comunita' rurali; quindi si ha la comparsa di nuovi mezzi di comunicazione e di nuove forme di spettacolo .I nuovi media nascono non solo e non tanto con fini di influenza ideologica-educativa, quanto con fini commerciali diretti, quali la vendita di massa, e indiretti, quali l'uso dei media ai fini pubblicitari. Il fine dichiarato di queste "yellow papers" e' di vendere il piu' possibile, quindi di realizzare i massimi intrioti pubblicitari. Diventa quindi essenziale poter disporre di giornali ad alta tiratura per diffondere i propri messaggi. Legata alla diffusione dei media e' la nascita degli sport di massa; tale associazione tra sport e media e' ben accolta da parte dei gruppi dirigenti come veicolo di propaganda nazionalista. I mutamenti riguardano anche la produzione delle opere, la distribuzione ed il consumo delle opere stesse. La circolazione dei testi scritti si allarga, aumenta il numero dei lettori e diviene piu' articolata l'area della loro estrazione sociale, di conseguenza aumentano l'alfabetizzazione e la scolarizzazione; aumentano coloro che svolgono un lavoro intellettuale, e le mansioni svolte da costoro, che assumono un vero e proprio ruolo nella societa', diventando professioni regolari, retribuite e continuative. D'altro canto, i prodotti di tale lavoro: libri, giornali, riviste diventano una merce, e la loro produzione aumenta in risposta ad una domanda crescente e ubbidisce sempre piu' alle regole della divisione del lavoro: stampa, editoria, giornalismo, librerie.
NAZIONALISMO Lo sviluppo industriale e il capitalismo monopolista comportano negli stati una lotta per la conquista di nuovi mercati e di fonti di materie prime; quindi i popoli alimentano i miti di supremazia nazionale.L'idea di nazione, già affermatasi durante la fine dell'Ottocento, subì, all'inizio del '900 un cambiamento; nata dal semplice desiderio di costituzione di un'unità nazionale è passata a indicare il sostegno ad un militarismo concorrenziale, ad una volontà di sopraffazione.I diversi movimenti nazionalisti che si formarono all'inizio del 900 in molti paesi europei si collocarono a destra degli schieramenti politici e si svilupparono anche a causa di delusioni storiche particolari e della comune avversione per la debolezza dei governi nei confronti della classe operaia. Tali movimenti ebbero i loro teorici e i loro agitatori in Francia : il gruppo Action Française s'ispirò al pensiero di Charles Murros mentre in Italia i nazionalisti si riconobbero nella rivista "Il Regno" fondata e diretta da Enrico Corradini e in diverse pubblicazioni esemplari fra cui si può ricordare "La Rivolta Ideale" del letterato Alfredo Oriani. Il Nazionalismo contrappone al concetto socialista di classe e al liberale principio di razionalità la nozione di comunità di sangue fondata su una solidarietà naturale, nella quale l'individuo trova la sua piena realizzazione. In nome di tale vincolo elementare, la nazione deve stringersi in un unico fascio d'energie per conquistare, attraverso la guerra, una posizione internazionale di massimo prestigio e di massima potenza. Nessuna legge è per i nazionalisti più mortificante di quella del numero, che eguaglia individui naturalmente diversi : la nazione deve riconoscere le diseguaglianze e costituirsi in modo gerarchico, cosicché solo gli individui più dotati abbiano in mano la direzione politica dello stato . In Francia Maurrois insiste addirittura sulla necessità della restaurazione monarchica, con argomentazioni che ricordano un De Bonald e un De Maistre. Tutto il nazionalismo, del resto, recupera posizioni reazionarie ottocentesche, su cui innesta elementi dell'irrazionalismo contemporaneo. In particolare il mito nietzschiano del "Superuomo", trasferito sul piano collettivo, è utilizzato per giustificare l'esaltazione fanatica della guerra e della "volontà di potenza" con accenti che risuoneranno nei proclami dei futuristi, nei discorsi degli interventisti alla vigilia della Guerra Mondiale, e, dopo quel bagno di sangue, nella propaganda nazista e fascista.
IL SOCIALISMO Il grande sviluppo della città, del commercio e dell'industria favorì l'estensione dei diritti democratici, dell'istruzione, del benessere delle masse di cittadini che fino ad allora ne erano stati esclusi. Tutto ciò si tradusse nell'affermarsi del movimento operaio , dei partiti di massa e dei sindacati.Alla fine dell'ottocento nacquero numerosi partiti socialisti di ispirazione marxista, ma fino ai primi del '900 i partiti ed i sindacati non organizzarono la totalità degli operai, bensì solo quelli qualificati, ai quali i ceti imprenditoriali e le classi dirigenti dell'Europa occidentale erano disposti a fare concessioni come l' allargamento del diritto elettorale e dell'istruzione pubblica.li operai qualificati videro aumentare la loro forza contrattuale, in una misura che consentì loro di volgere a proprio profitto la diminuzione dei prezzi, trasformandola in un aumento dei salari.Tale operazione si concluse con un successo non solo per gli operai qualificati, ma soprattutto per le classi dirigenti che erano riuscite ad indurre il movimento operaio a rinunciare all'azione rivoluzionaria e ad abbracciare la strategia elettorale.Alla fine dell'800 ormai in tutti gli stati europei si erano costituiti i partiti socialisti, i quali mandavano i loro rappresentanti al parlamento e in alcuni casi discutevano sull'opportunità o meno di partecipare a governi "borghesi". I partiti socialisti furono in generale contraddistinti da caratteri comuni, sia sul terreno della loro base sociale, rappresentata dal proletariato di fabbrica, sia su quello della loro configurazione politica.Diverse furono in Europa le tendenze socialiste. Alcuni partiti socialisti auspicavano una graduale trasformazione della società, mentre altri ritenevano inevitabile un esito rivoluzionario. Perciò spesso si verifica all'interno del partito socialista una scissione fra "riformisti" e "rivoluzionari".
LA CULTURA La letteratura, l'arte, la filosofia, la musica partecipano, all'inizio del '900, del clima di crisi che caratterizza tutti i campi del sapere. Le forme che avevano caratterizzato la cultura dell'800 cedono di fronte a nuovi linguaggi. Tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 avvenne la rottura dell'identificazione tra scienza, verità e progresso del modello razionalista-positivista ottocentesco. Da questa esperienza sono nate le filosofie della crisi (dei valori, delle istituzioni, degli individui).
LA SCIENZA Il Novecento è sempre apparso alla critica epistemologica - condotta da scienziati e filosofi - come il secolo che ha reso massimamente visibile ed ha portato al punto più alto d'elaborazione concettuale la seconda rivoluzione scientifica i cui prodromi risalgono all'Ottocento, anzi, per certi aspetti, al tardo Settecento.Non tutti gli ambiti della ricerca ne sono contemporaneamente investiti, ma le nuove modalità d'indagine che emergono all'interno della matematica e della fisica, agiscono come forze dirompenti all'interno del sistema culturale, segnando quel lungo processo di ricerca cui si dà comunemente il nome di "Crisi delle Scienze".Si tratta, più propriamente, di crisi delle teorie scientifiche tradizionali, che interpretavano i fenomeni naturali secondo schemi logici corrispondenti.In questo periodo, infatti, quasi tutte le scienze tradizionalmente definite "esatte" s'interrogavano sui fondamenti dei singoli statuti disciplinari, sottoponendoli a revisione critica.Categorie interpretative quali verità-oggetto e metodo scientifico, hanno perduto il significato che tradizionalmente era loro attribuito. Secondo l'opinione prevalente, le teorie scientifiche non possono essere ricondotte ad un apparato di norme preesistente, perché esiste una pluralità di modelli di spiegazione scientifica non separabili dal contesto storico nel quale si sono costituiti, e le più grandi rivoluzioni scientifiche si sono verificate proprio quando sono stati messi in crisi i modelli interpretativi esistenti. Le componenti più significative di tale rivoluzione sono, in particolare, il complesso teorico della relatività elaborata da A. Einstein e W. Heisemberg ed il complesso teorico dei quanti elaborato da M. Plank.
CRISI DELLA CULTURA Nell'ultimo scorcio dell'800 un nuovo orizzonte si apre all'interno della cultura europea fortemente pervasa da quell'idea positivistica di razionalità e di progresso in cui la borghesia liberale si era lungamente riconosciuta. La fiducia di questa classe nel progresso viene infatti a scontrarsi con gli squilibri e le difficoltà dello sviluppo del capitalismo all'interno dei singoli paesi, ma anche con i problemi suscitati dalla gara imperialistica fra le nazioni. Intorno al 1873 si origina quella che fu chiamata la grande depressione dell'ultimo quarto del secolo, di cui furono manifestazioni essenziali la forte caduta dei prezzi, gli abbandoni delle terre e i flussi migratori dal sud verso il nord d'Europa e dal continente europeo verso gli Stati Uniti e l'America latina E a questo si aggiunge il problema del conflitto, spesso aspro, all'interno delle singole nazioni, tra la classe borghese e il proletariato. Ne risulta un quadro generale di crisi della società europea. La crisi della società generò una cultura della crisi. Decadde la fiducia nella possibilità di costruire un sapere scientifico unitario e assolutamente valido. I filosofi come Nietzsche, Bergson e Freud, pure attraverso percorsi diversi, approdavano ad una critica del modello positivistico di conoscenza scientifica. Gli scienziati - fisici, matematici, logici come Einstein e Heismberg vissero in prima persona la crisi dei fondamenti tradizionali e del loro sapere.
VENTI DI GUERRA La seconda crisi marocchina del 1911, la guerra italo-turca e le due guerre balcaniche fecero prendere in seria considerazione dei vari governi l'ipotesi di risolvere i problemi in sospeso con una guerra. Le spese militari di tutte le potenze, e in particolare quelle della Germania, aumentarono in misura notevolissima. Il governo francese allungò il servizio militare di leva a tre anni, imponendo all'economia del paese una sottrazione di risorse umane di tali dimensioni che poteva essere sopportata solo per pochi anni e poiché, se la guerra non fosse venuta, questo sforzo sarebbe stato inutile, esso era un argomento a favore dei fautori della guerra. La guerra sembrava il modo adatto non solo per risolvere i problemi di politica estera, ma anche, a giudizio di alcuni governi, per risolvere i problemi di politica interna. Negli ambienti di governo austriaci andò prendendo piede la tesi secondo cui, per ridare vitalità alla compagine imperiale, occorreva una guerra. Una tesi analoga si affermò in una parte degli ambienti di governo russi, che videro in una guerra il modo per far cessare il fermento sociale e le proteste delle minoranze nazionali, anche se un'altra parte del governo temeva la guerra e auspicava l'intesa con la Germania. La vittoria elettorale dei socialdemocratici tedeschi nel 1912 impressionò il Kaiser e gli fece prendere in considerazione l'ipotesi della guerra per imporre il controllo sulla massa socialista. Tuttavia la convinzione prevalente era che, in caso di guerra, questa sarebbe stata limitata e si sarebbe risolta nel giro di poche settimane. Nessuno riteneva che, se la guerra fosse scoppiata, sarebbe stata generale e prolungata, che essa avrebbe messo in moto il meccanismo delle alleanze, per cui tutte le potenze vi avrebbero preso parte. Il 28 giugno 1914 un irredentista serbo assassinò a Sarajevo Francesco Ferdinando, (erede al trono d'Austria) con la moglie. L'imperatore Francesco Giuseppe avrebbe preferito reagire con moderazione al delitto, ma il governo di Vienna, appoggiato da quello di Berlino, decise di cogliere l'occasione per regolare definitivamente i conti con la Serbia infliggendole una sconfitta militare. Il 23 luglio il governo di Vienna inviò un ultimatum al governo di Belgrado. Nonostante che questo venisse accettato e nonostante che la Russia avesse dichiarato il suo appoggio alla Serbia, il governo di Vienna non si ritenne soddisfatto e dichiarò la guerra il 28 luglio.
RIVOLUZIONE INDUSTRIALE Negli anni compresi tra la fine dell'ottocento e i primi anni del novecento il mondo sviluppato attraversa una nuova fase della Rivoluzione Industriale, quella che è stata definita la Seconda Rivoluzione Industriale, una vera e propria svolta strutturale dell'economia capitalistica caratterizzata non solo da innovazioni sul piano dell sfruttamento energetico (elettricità e petrolio) e dall'impulso dato da determinati settori produttivi (siderurgia, meccanica, chimica), ma soprattutto da una riorganizzazione dell'intero sistema produttivo. Tale riorganizzazione interessa l'articolazione del mercato, la natura delle comunicazioni, il modo di produzione e la ricerca tecnico-scientifica, grazie ai contributi offerti dagli statunitensi Taylor e Gilbreth che realizzarono il principio della catena di montaggio applicato per la prima volta da Ford presso la propria fabbrica di Island Park, per riversarsi poi sul terreno politico-istituzionale, attraverso l'attuazione nei singoli stati di misure protezionistiche, e su quello sociale e culturale con atteggiamenti imperialistici da parte degli stati e dei gruppi economici. La Seconda Rivoluzione Industriale quindi aveva maggiori caratteri scientifici ed era meno dipendente da quelle invenzioni che non avevano o avevano poca base scientifica. A questo proposito, e cioè riguardo alle invenzioni e innovazioni, fu molto complessa la questione dei brevetti. Questa fase non era tanto diretta a migliorare o accrescere i prodotti già esistenti quanto a introdurre dei nuovi. Per questi motivi non poteva più essere chiamata la rivoluzione del carbone e del ferro ma dal 1870 iniziava l'età dell'acciaio, dell'elettricità, del petrolio e della chimica.Grazie ai contributi dei già citati Taylor e Gilbreth, che realizzarono il principio della catena di montaggio, la fabbrica al proprio interno andò rinnovandosi passando da luogo di produzione a quello di macchina di produzionedi massa. Il risultato di tutte queste innovazioni è l'aumento di produttività delle aziende.L'attività industriale viene finanziata nelle diverse nazioni dalle banche e le nuove aziende capitalistiche cercano di schiacciare la concorrenza e a tramutarsi in monopolio. Così molti piccoli imprenditori cedono il passo al trust dei grossi imprenditori e finanzieri.
BREVETTI Il rapido sviluppo tecnologico dei primi del 900 implicò il ripensamento della relativa legislazione. Diversa fu la legislazione francese da quella tedesca. La legislazione francese consentiva di brevettare non soltanto i processi produttivi ma anche i prodotti: rendeva perciò inutile ogni ricerca che mirasse ad ottenere lo stesso prodotto con un procedimento più economico. In Germania al contrario solo il processo produttivo era brevettabile.
IL LAVORO Tra i fenomeni di maggiore importanza dell'età dell'industrializzazione è da ricordare il graduale spostamento dei lavoratori dalle campagne alla città, dall'agricoltura agli altri settori dell'attività. Si diffonde inoltre in maniera sempre più decisa il settore terziario, mentre con i termini di piccola e media borghesia, ceti medi, classi medie, viene indicato un soggetto sociale che appare sempre più numeroso nella società moderna. Uno dei protagonisti della società e dell'economia del primo '900 è tuttavia l'operaio.Nella prima fase dell'industrializzazione si era affermata una nuova figura di operaio di fabbrica che non coincideva più con l'artigiano che lavorava a mano con gli utensili tradizionali ma si era trasformato nell'operaio di mestiere formato attraverso un tirocinio di fabbrica, che sapeva manovrare macchine polivalenti capaci di compiere molte operazioni. Questa nuova figura sociale assunse un sempre crescente prestigio legato alla specializzazione del suo lavoro. La concentrazione di masse considerevoli di operai in uno stesso luogo di lavoro, la loro compresenza e la rigidità degli orari di lavoro consentì la progressiva crescita di una coscienza di classe tra i lavoratori e la diffusione presso di loro di scritti a carattere ideologico. Nacquero le associazioni che rappresentavano gli interessi degli operai: i sindacati, derivati, il più delle volte, dall'esperienza ottocentesca delle società di mutuo soccorso. In una prima fase essi erano dominati dalle aristocrazie degli operai e si muovevano per difendere il mestiere contro la dequalificazione. In seguito essi estesero la propria influenza e concentrarono gran parte della loro pressione sul momento della contrattazione con la confederazione degli industriali. Spesso i sindacati, di ispirazione socialista, svolsero un ruolo di contestazione del sistema politico.
MONOPOLIO Alla fine dell'Ottocento l'intensificarsi della produzione e le prospettive sempre più ampie di un mercato internazionale, il bisogno di sempre maggiori investimenti industriali rendono sempre più difficile la libera concorrenza; e quindi, per evitare la durezza della competizione, nacquero delle forme di consociazione (holdings) o di concentrazione (trusts) fra imprese indipendenti o concorrenti. Le trasformazioni tecniche e produttive del periodo 1870-1914 procedono insieme a profonde modificazioni strutturali del capitalismo industriale che sempre meno assomiglia al modello ottocentesco atomizzato e concorrenziale, fatto di numerose imprese di modeste dimensioni in ogni singolo ramo produttivo, direttamente gestite dai possessori del capitale. Il mutamento fu rilevato inizialmente dagli studiosi marxisti che individuarono una nuova fase qualitativa, quella del capitale monopolistico. Il nuovo assetto del capitalismo industriale fu il costituirsi di un sistema monopolistico o oligopolistico della produzione e del commercio attraverso accordi e fusioni tra imprese, cioè la formazione di "cartelli" e di "trust". Nel 1905 si contavano già 400 cartelli che coprivano i principali settori economici.
IN ITALIA Alla fine dell'Ottocento, per determinati fattori (tra i quali le scoperte scientifiche e tecnologiche) l'industria riscopre un periodo di splendore definito come la seconda rivoluzione industriale.Durante questo periodo vengono introdotte diverse novità che modificano la vita quotidiana (dal telefono alla macchina per scrivere) che trasformeranno completamente l'industria che a sua volta accentuerà il processo di trasformazione della qualità della vita ampliando bisogni e consumi.La sempre più vasta correlazione tra produzione e consumo è alla base della moderna civiltà di massa.Lo sviluppo industriale , che aveva preso avvio con il governo della sinistra, nei primi decenni del 900 assume in Italia proporzioni notevolissime. Questo incremento fu dovuto alle premesse poste alla fine dell'800 che hanno permesso alle prime grandi industrie di non risentire della concorrenza estera e di trovare una protezione sia in un forte sistema di tariffe doganali, sia in una radicale politica delle commesse (gli armamenti, nazionalizzazione delle Ferrovie dello Stato). Queste, dunque, sono le caratteristiche particolari del capitalismo italiano dell'900. Altro carattere del sistema industriale italiano è la concentrazione delle industrie nel Nord del paese, che determinerà l'eterno dualismo delle due regioni nella storia italiana. La consapevolezza di questa situazione induce alcuni teorici ad un'illusione ottica che fa loro immaginare una Italia come grande potenza europea che debba conquistarsi un ruolo anche in campo coloniale benchè il progresso industriale italiano sia poca cosa nei confronti del complessivo settore industriale europeo. Anche in Italia si diffonde così una concezione politica e culturale legata all'imperialismo e al nazional-imperialismo. Nel 1910 viene costituito il partito nazionalista da Enrico Corradini che l'anno dopo fonderà il settimanale "L'Idea Nazionale". Durante la rivoluzione industriale si costituiscono forti nessi logici tra sviluppo industriale e atteggiamenti politico-letterari.
LE FASI La Rivoluzione Industriale è stata suddivisa dagli storici in quattro fasi. La prima fase è quella che va dagli ultimi anni del settecento ai primi decenni dell'ottocento. 'E caratterizzata dalla prevalenza del settore tessile, dall'impiego di macchine poco complesse, dalla presenza di industrie ancora relativamente piccole. La seconda fase che va dal 1830 al 1870. 'E caratterizzata dall'affermrsi delle grandi industrie, dall'accumulazione massiccia di capitali, dal decollo dell'industria pesante, dalla rivoluzione dei trasporti e dalla diffusione delle società per azioni. La terza fase è chiamata La Seconda rivoluzione industriale. La quarta fase inizia dopo la seconda guerra mondiale ed è tuttora in atto. Coincide con la diffusione dell'informatica, dell'impiego dei robot, dalla rivoluzione biologica e dall'uso dell'energia nucleare.


